Source: superpuppet
Bulbasaur
Created by Melissa Smith
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Il Gelo
Un frammento, un piccolo squarcio di visione. Un’illusione, ecco cos’era. Non poteva essere vero. Un inganno pronto a dissolversi da un momento all’altro, portado via con sè la speranza, la gioia e la motivazione di andare avanti.
La gemma stava là, sospesa, sopra al cilindro del conduttore energetico. Nella fredda stanza, ricoperta di ghiacci primordiali, Steve avava finalmente trovato lo scopo della sua esistenza. Una vita segnata ed immolata alla ricerca della chiave di tutte le Porte. Il passepartout per l’apertura di portali proibiti, che nessun Testimone prima di lui aveva varcato. Si potrebbero spendere anni, per narrare le sue avventure, le sfide, i conflitti, ma a questo punto non hanno più senso ormai. E’ la fine. E da lì in poi, sarà come se non fossero mai esistite.
E se fosse un falso? Pensò speranzoso. E se fosse un tranello giocato dal destino, per ingannarlo? Da una parte, in Steve brillava la speranza del coronamento del successo, dall’altra temeva per il futuro. Che cosa avrebbe fatto da lì in avanti? Che ne sarebbe stata della sua esistenza?
Paura. Il terrore lo stava immobilizzando, penetrante come il gelo che opprimeva la sua carne.
“Che aspetti? Prendila!” sussurrò suadente l’ombra nera che stava al suo fianco. La sua unica compagna. “Non è forse questo l’oggetto che hai inseguito per secoli?”. La tetra figura, incorporea e fumosa, si avvicinò danzando alla colonna, che giaceva maestosa al centro della grotta. Con la sua mano scheletrica, accarezzò la gemma. “Guardala, è meravigliosa. Grazie a lei potrai finalmente mettere fine a questa tua vita di stenti. La tua anima sarà libera da questa prigione!”. La sua voce era fredda, morta, composta da echi lontani.
Ma Steve esitava. Perchè? Perchè ogni scelta, per quanto misera ed apparentemente inutile, chiude porte, assottiglia sentieri, ed uccide alcune delle nostre potenziali personalità.
“Che cosa desideri, dunque? Vuoi forse tornare indietro, a questo punto? Dopo tutto questo tempo?” chiese lo spettro, notando la sua titubanza.
Steve cominciò a muovere dei passi indecisi verso la colonna. Il freddo aumentava. Più si avvicinava, più il suo passo si faceva lento e pesante. Il ghiaccio cominciava farsi strada lungo la sua carne e attraverso la sua mente. Ormai vicino, tese la sua mano intorpidita con fatica, e con le dita, sfiorò lo scopo ultimo della sua vita. Il tempo si dilatò. L’istante divenne infinito. Il gelo prese completamente possesso di lui. Era in trappola. Per l’eternità.
Ma l’ombra, misteriosamente colma di inspiegabile pietà, si avvicinò all’orecchio dell’ormai congelato del Testimone, e sussurrò, sorridendo “Sei solo un esercizio di stile. Tu non esisti”. E tutto si dissolse, con un pallido tepore.
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Q:ho fatto bene ad accendere il pc in questa notte insonne: scrivi davvero bene e riesci a trasmettere al lettore ogni emozione, sensazione che racconti, senza giri di parole ma in maniera cruda, precisa e puntuale. complimenti! anche se a farteli è un semplice studente universitario padovano e non un critico! d'oh! Luca
Personalmente, preferisco che quello che scrivo venga apprezzato da persone “non del settore”, piuttosto dai così pomposi “critici”. Mi rendo perfettamente conto che l’esposizione, la tecnica e lo stile è lungi dall’essere soddisfacente. Ti ringrazio, ma sopratutto, sono felice che questi piccoli frammenti ancora ruvidi di realtà ti siano piaciuti. Un abbraccio.
I limiti della logica. Un’oca che pensa a se stessa. (Taken with Instagram)
Il Rapitore
Quel maledetto mi ha ingannato. Posso immaginarlo, il suo volto, illumitato da un’irritante smorfia di soddisfazione, che mi guarda beffardo. Mi guarda mentre invano cerco di scappare dalla sua trappola mortale. Che sono per lui? Una preda? Una vittima da sacrificare all’altare di qualche dio del quale è meglio non conoscere l’esistenza? O forse per lui non sono altro che un numero, un elemento senza identità, che ha aggiunto alla sua disgustosa collezione? Quanti, prima di me, avrà ingannato? Quanti, con sorrisi e false promesse, avrà traviato, instillando nella loro mente il germe della curiosità?
Me lo ricordo, mentre mi si avvicinava, passeggiando lentamente sopra i ciottoli di pietra grezza, bagnato dalla tenue luce della luna che pioveva sul suo elegante abito da sera. Gli alberi smisero di parlare al suo passaggio, poichè anche il vento rimase immobile, come me, incantato dalla sua presenza. I suoi occhi brillavano, brucianti di una luce propria. Ma non erano gemelli: uno irradiava lo spirito rosso del Sole, e l’altro l’anima grigia della Luna. Mentre mi fissavano, decisi e avidi, sentivo su di me la malinconia dell’eternità. “Aiutami”, disse eloquente, “Aiutami a trovare la strada per la verità. Aiutami a trovare la chiave della matrice dell’esistenza.”. Ed io, incantato da quelle parole, che mi fecero ricordare posti nei quali non ero mai stato, mi feci avvolgere dalla seguente cacofonia che senza sosta sgorgava dalle labbra del mio rapitore. Mentre lo ascoltavo, assorto, intrecciai inesorabilmente la mia linea del destino con la sua, e lo seguii. Lo seguii attraverso il parco, sotto la luna che mi osservava accigliata, accompagnato dai lamenti di un demone e dall’innatuale schiamazzo delle umide creature del lago. Anche gli alberi cominciarono a gridare, urlando e agitando le loro scheletriche braccia, come a volermi avvertire di qualcosa. Camminammo per molto tempo, continuando ad attraversare spazi monotoni occupati da geometrie prevedibili e senza significato. Vagammo attraverso interi mondi, rapidi, noncuranti degli ostacoli impossibili che cercavano inutilmente di fermare la nostra avanzata. Mi stava portando via dal mio mondo, lo sapevo, ma non riuscivo a smettere di seguire colui che aveva così abilmente sottomesso la mia mente. Superate infinite mura, ci lasciammo trasportare, ormai fermi, dalla corrente della realtà, che scaturiva come una sorgente dal solco che avevamo attraversato. Alla fine, i turbini di esistenze, di entità e di emozioni rifluirono verso il nulla, come acqua assorbita dalla sabbia del deserto, lasciando alla vista meravigliata dei miei occhi il Vuoto. Quella vista così aliena susurrò alla mia mente che ci trovavamo, se così si può dire, non solo fuori dal mio mondo, ma fuori da qualsiasi universo esistente. Era una landa desolata, piatta, bianca ed illuminata da un cielo senza lumi. Guardai il mio rapitore, mentre eseguiva dei curiosi movimenti con le mani. Non ne comprendevo il significato, ma sapevo che dietro ad essi si nascondeva una logica inumana ed impietosa. Ad un tratto, davanti a noi, iniziò a manifestarsi qualcosa. Una moltitudine di piccoli pezzi di metallo si aprirono come fogli di carta, rapidi e precisi, formando una sorta di complicato origami. Era una porta, di un metallo innaturalmente arrugginito, ed emava dei miasmi irrespirabili. Il mio rapitore la aprì, con un gesto elegante della mano, e si voltò verso di me. Una folata di vento pestilenziale inondò il mio corpo, mentre terrorizzato osservavo l’abissale oscurità che dimorava dall’altra parte dell’apertura. Sorrise, mentre una forza invisibile mi afferrò e mi trascinò violentemente attraverso la porta. Caddi a terra, dura e fredda, e mi sporcai le labbra col sapore ruvido dela polvere. Alzai lo sguardo, e vidi la porta chiudersi violentemente, con uno sgraziato stridio mellico, lasciandomi solo nella più totale oscurità. Quanto patetico sarò sembrato al tetro osservatore che si celava nel buio, mentre avanzando a gattoni, strisciando sul pavimento di fredde pietre ruvide, cercavo invano di ragiungere l’entrata della terribile prigione! Patetico, sì, perchè della porta non c’era più traccia. Mi alzai in piedi, e disperato comiciai a camminare a tentoni nelle più disparate direzioni, ma non incontrai alcun ostacolo. Nessun muro, nessuna colonna, nessun oggetto sembrava appartenere a quella prigione che, ironicamente, non sembrava avere limiti.
Ed ora sono qui, da solo, al buio. Piango.
Qualcosa di viscido, unto, freddo come la morte mi tocca. All’improvviso su di me cala la malinconia dell’eternità. Le mie membra si irrigidiscono. La mia mente si ottenebra. Il calore del mio corpo scivola via. Cado a terra. Freddo. I miei occhi vedono l’inutilità di un’esistenza senza scopo. L’eternità vuota priva di esperienza.
Prego gli dei oscuri che i miei avi mi hanno tramandato. Nulla. Prego disperato il dio Vuoto, supplicandolo di liberarmi, con le ultime forze che mi rimangono.
All’improvviso una fiamma illumina la prigione. Il tentacolo che mi avviluppa si ritrae. Il fuoco si espande, e consuma tutta l’infinita stanza. Mi alzo in piedi. Le fiamme sono intorno a me, ma non bruciano la mia carne, anzi, mi ridonano vigore. Sento delle grida stridule echeggiare malefiche, angoscianti. L’osservatore tetro sta morendo. Sorrido. I miasmi tossichi che appestavano l’aria vengono putificati. Poi, anche la realtà stessa comincia a consumarsi. Intravedo luoghi a me familiari. Il lago, il parco, la luna. Gli squarci si allargano e davanti a me si forma un passaggio. Verso casa. Lo attraverso. Un’ondata d’acqua mi avvolge. Fredda. Mi ritrovo immerso nel lago. Risalgo veloce verso la superficie. Respiro l’aria umida della notte. Rivedo la luna viola. Sento di nuovo il lamento delle creature del parco. Nuoto verso riva. Un demone scorticatore mi aiuta gentilmente ad uscire dall’acqua. Mi incammino verso il mio sentiero. Due occhi avidi mi guardano adirati dalle profondità della boscaglia. Ma sono libero. Sono tornato a casa.
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